Il mio primo inverno
Prima della musica, dell’elettronica, dei computer e della radio, c’era soltanto un bambino che ancora non sapeva quante cose avrebbe voluto capire, smontare, rimontare, costruire e raccontare.
UNA STORIA LUNGA QUALCHE BIT
La versione breve di una storia iniziata con una chitarra, passata per saldatori, microprocessori, aule scolastiche, software, reti e web, senza mai riuscire davvero a separare tecnica e creatività.
Prima della musica, dell’elettronica, dei computer e della radio, c’era soltanto un bambino che ancora non sapeva quante cose avrebbe voluto capire, smontare, rimontare, costruire e raccontare.
A nove anni comincio a studiare chitarra classica. Poi arriveranno il basso, le tastiere e altri strumenti, ma soprattutto resterà la musica: un modo di ascoltare, costruire, provare, sbagliare e ricominciare. Probabilmente è lì che ho imparato, senza saperlo, che tecnica e creatività funzionano molto meglio quando smettono di considerarsi due mondi separati.
La passione per l’elettronica mi porta agli studi tecnici. Poi un insegnante lungimirante ci mette davanti una scheda a microprocessore National SC/MP: abbastanza perché il “virus” del calcolo automatico fosse definitivamente inoculato. Dopo il diploma, Scienze dell’Informazione diventa quasi una conseguenza naturale.
Negli stessi anni entra stabilmente nella mia vita anche la radio: non soltanto come mezzo per parlare con qualcuno, ma come occasione per capire, costruire, sperimentare e cercare di arrivare dall’altra parte del mondo con qualcosa che hai messo insieme tu.
Comincio a insegnare Informatica e Sistemi di Automazione in un Istituto Tecnico di Verona. È un’esperienza che mi lascia una convinzione semplice: per spiegare bene una cosa bisogna averla capita davvero.
E mi lascia anche molto altro: proprio in quella scuola conosco Silvia. Insegniamo nelle stesse classi, ci innamoriamo e ci fidanziamo. Una storia cominciata lì e destinata, qualche anno più tardi, a diventare famiglia. Quando nel 1987 passo alla libera professione come consulente IT e programmatore, il salto professionale è già cominciato; quello personale, invece, aveva preso forma proprio lì.
La scuola, come scherzavo già allora, “paga poco”; in compenso mi aveva lasciato molto più di quanto potesse comparire in una busta paga.
Con alcuni amici nasce una società di software dedicata soprattutto all’editoria e alla rassegna stampa personalizzata. Qui sviluppo programmi per acquisizione ed elaborazione delle immagini e arrivo persino a progettare, insieme a un partner tedesco, uno scanner formato A0 per acquisire una pagina di giornale aperta.
È uno di quei periodi in cui capisci che il problema non chiede mai quale sia il tuo mestiere: vuole soltanto una soluzione che funzioni.
Dal 1995 il lavoro diventa per molti anni consulenza IT, sviluppo software, infrastrutture, reti, intranet e web. È anche l’anno in cui torno “lupo solitario”, uscendo dall’esperienza societaria con una convinzione che negli anni avrei continuato a coltivare con una certa ironia: le migliori società sono composte da un numero dispari di persone, inferiore a tre.
Ho programmato con linguaggi che oggi sembrano archeologia informatica e con altri che usiamo ancora; ho visto cambiare sistemi operativi, piattaforme e mode più volte di quanto riesca a ricordare.
Guardandomi indietro, però, la parte importante non sono le sigle. Dietro aziende, scuole, studi e progetti ci sono state centinaia di persone. Se il mio lavoro ha reso anche solo un po’ più semplice, sicura o piacevole la loro giornata, allora quella è una misura del successo che mi interessa molto più di un elenco di tecnologie.
Nel 1993 Silvia e io ci sposiamo. Nel 1995 nasce Joshua e nel 1998 Shane. Tre date che, molto più di tante tappe professionali, sono diventate punti fermi della mia storia.
La musica entra presto anche nella loro vita. Li avviciniamo agli strumenti fin da giovanissimi e, con il tempo, ciascuno trova la propria strada: Joshua fra chitarra, altri strumenti e produzione musicale; Shane dietro la batteria. Oggi suonano insieme in un progetto modern metal. Generi e strumenti cambiano; certe passioni, evidentemente, trovano da sole il modo di passare da una generazione all’altra.
L’incontro con alcuni docenti dell’Università di Verona porta a una delle sfide che ricordo con più piacere: usare strumenti computazionali per aiutare la ricerca linguistica e letteraria su testi in latino medievale. Nasce così il progetto Sherlock, una famiglia di applicazioni desktop e web capace di effettuare ricerche aggregate e valorizzate sui testi.
Mi piace ancora oggi perché rappresenta bene una cosa in cui credo: tecnologia e cultura non sono avversarie. Quando dialogano bene, ciascuna può far vedere all’altra qualcosa che da sola non avrebbe visto.
Il basso, un compagno di strada
La musica è arrivata molto prima di quasi tutto il resto: chitarra classica da bambino, poi basso, tastiere e altri strumenti. Il basso, però, è rimasto uno dei modi in cui mi sento più a casa: discreto ma fondamentale, sospeso fra ritmo e armonia, capace di tenere insieme le cose senza avere bisogno di stare sempre in primo piano.
Ho continuato a suonare negli anni, anche dal vivo, e mi sono ritrovato a occuparmi di arrangiamenti, audio, grafica e produzione. Ogni volta la musica ha rimesso insieme tecnica, istinto, ascolto e quella quota inevitabile di pazienza necessaria quando più persone cercano di andare nella stessa direzione.
Oggi spero di riprendere gli strumenti con più continuità, magari anche in una forma più solitaria: basi costruite al computer, strumenti veri e il puro piacere di tornare a fare musica. Dopo tanti anni, il “lupo solitario” ulula ancora forte.
“La musica non è mai scomparsa. È semplicemente sempre stata con me.”
Ci sono strumenti che smetti di suonare per anni senza smettere davvero di sentirli tuoi. Per una sera sono tornato alla chitarra acustica, sul palco, in duetto con Joshua, mio figlio.
Più che un’esibizione, per me è stato un piccolo ritorno a casa: uno di quei momenti in cui musica, memoria e affetto finiscono per stare nello stesso accordo.
La fotografia è diventata un altro modo di osservare — dalle immagini industriali ai concerti — mentre progetti scolastici come English or… Nothing! mi hanno riportato dall’altra parte della tecnologia: quella in cui gli strumenti servono soprattutto a far succedere qualcosa fra le persone.
Durante il periodo del Covid ho ripreso in mano anche colori e pittura, scegliendo i pastelli ad olio, una tecnica che non avevo mai davvero esplorato. Ne sono nati lavori molto più personali di quanto avessi previsto: due cavalli che, in fondo, raccontano noi due; e una nave che cerca l’uscita da una tempesta, immagine di un periodo durato molti anni e del desiderio di lasciarselo finalmente alle spalle.
Anche lì, senza programmi né obiettivi, stavo semplicemente cercando un altro modo per raccontare qualcosa di me. E la radio è rimasta lì per tutti questi anni, continuando a evolvere con me: HF, satelliti LEO, QO-100, elettronica, antenne, software e, sempre più vicino, anche EME.
Oggi posso scegliere con maggiore libertà dove mettere tempo e curiosità: software personale, radio, fotografia, musica, web e scrittura. Questo sito, IK3ITB.com e il mio spazio editoriale su Substack sono modi diversi di raccogliere tutto questo senza fingere che appartenga a compartimenti separati.
Non ho smesso di lavorare con la tecnologia; semplicemente, posso permettermi più spesso di chiedermi prima se una cosa mi interessa davvero, se mi farà imparare qualcosa e se vale la pena condividerla.
Mi interessa per quello che permette alle persone di fare: capire meglio qualcosa, comunicare, creare, risolvere un problema o semplicemente divertirsi imparando. Forse è per questo che, dopo tanti anni, continuo ancora a smontare, rimontare, programmare, fotografare, suonare, scrivere e accendere una radio per vedere fin dove riesco ad arrivare.